Dis-abitare la terra

Sul futuro della Calabria

La Calabria non si svuota. Si dis-abita. La distinzione non è retorica: svuotarsi implica che qualcosa perde il suo contenuto ma resta integro nella forma; dis-abitare implica qualcosa di molto diverso, una perdita che riguarda la natura del luogo, il modo in cui esso cessa di essere mondo vissuto e ritorna superficie geografica. Quando un paese perde i suoi giovani, quando la scuola viene soppressa e la piazza si fa silenziosa nel giro di un lustro, si spezza una trama di relazioni tra corpi umani e territorio che ha richiesto generazioni per formarsi e che non si ricostituisce per decreto. Questa è la cifra del problema calabrese, e non la si coglie fino in fondo se ci si ferma ai numeri.

I numeri, tuttavia, sono necessari come punto di partenza, e quelli disponibili nel 2026 sono i più severi mai registrati. Al 1° gennaio 2025 la popolazione residente in Calabria ammontava circa a 1.832.000 abitanti. Ma in un anno solo, per ogni 1.000 persone, se ne sono perse 3,5: i nuovi nati più i nuovi arrivati (immigrati) non sono bastati a compensare i morti più i partenti (emigrati)[1]. Se si allarga l’orizzonte temporale, il dato diventa abissale: dal 2002 al 2025 la Calabria ha perso 177.476 residenti, l’equivalente demografico dell’intera città di Reggio – come se fosse scomparsa nel giro di poco più di due decenni.[2]

L’età media regionale ha raggiunto i 46,2 anni; l’indice di vecchiaia si è attestato a 203 anziani ogni 100 giovani, con punte di 279 nei comuni più piccoli, dove l’età media supera i 49 anni.[3] Nel 2024 le nascite in Calabria sono state 12.679, il 4,5% in meno rispetto all’anno precedente, con una flessione quasi doppia rispetto alla media nazionale.[4] Lo SVIMEZ, nel suo Rapporto 2025 Freedom to move, right to stay, elaborato su dati ISTAT, disegna un orizzonte che non lascia spazio all’ottimismo di maniera: entro il 2050 la Calabria perderà altri 356.000 abitanti rispetto ai livelli attuali — un numero equivalente alla somma delle popolazioni di Reggio Calabria, Catanzaro e Cosenza messe insieme.[5]

Ma i numeri assoluti, per quanto gravi, non dicono ancora la cosa più importante. La cosa più importante la dice la composizione di chi se ne va.

La selezione al contrario: chi parte e cosa porta via

Nel 2024, secondo il Rapporto SVIMEZ 2025, oltre 116.000 residenti del Mezzogiorno hanno trasferito la propria residenza in una regione del Centro-Nord.[6] La Calabria registra tra i tassi migratori interni più alti del Sud: -4,6 per mille, seconda soltanto alla Basilicata.[7] Ma la dimensione che trasforma questo flusso da crisi demografica a crisi sistemica è la sua composizione qualitativa. Tra il 2019 e il 2023 il saldo migratorio dei laureati calabresi nella fascia 25-34 anni è stato di -12.917 unità.[8] Nel solo 2024, 23.000 giovani qualificati del Mezzogiorno si sono trasferiti al Centro-Nord, mentre oltre 8.000 hanno attraversato i confini nazionali.[9] La quota di laureati tra i migranti meridionali, che nel 2002 era del 20%, ha raggiunto nel 2024 circa il 60%: in vent’anni è triplicata.[10] Nell’anno accademico 2024/2025, una quota significativa dei 70.000 studenti meridionali iscritti ad atenei del Centro-Nord proviene dalla Calabria.[11]

Lo SVIMEZ ha quantificato il costo di questo trasferimento strutturale di capitale umano: la fuga di cervelli costa al Sud 7,9 miliardi di euro ogni anno, di cui 6,8 miliardi per mobilità interna verso il Nord e 1,1 miliardi per chi sceglie l’estero.[12] Si tratta di un sussidio involontario che il Mezzogiorno eroga ogni anno alle aree più forti del Paese e dell’Europa, finanziando con risorse pubbliche un’istruzione i cui frutti vengono raccolti altrove. Ogni laureato calabrese che parte per Milano o per Londra porta via non soltanto la propria competenza tecnica: porta via anche la propria capacità di costruire reti, di generare fiducia istituzionale, di produrre quel tessuto di relazioni informali che è esattamente ciò che trasforma un luogo in un ecosistema produttivo e creativo.

Lo spopolamento calabrese, in altri termini, non è demograficamente neutro. Opera una selezione sistematica che lascia sul territorio le fasce meno mobili — anziani, persone con bassa qualificazione, chi non ha risorse per sostenere il costo della partenza — e ne espelle le fasce con maggiore capacità progettuale. Il PIL calabrese nel 2024 ha registrato un -0,4%, il dato peggiore tra tutte le regioni del Sud, in un contesto in cui il Mezzogiorno nel complesso cresceva ancora dell’1%.[13] Il tasso di occupazione si attesta al 45% contro il 62% nazionale; quello femminile al 36% contro il 53% italiano.[14] Secondo lo SVIMEZ, la regione è ultima tra le 240 regioni d’Europa per reddito pro-capite e produttività del lavoro. Questi numeri non sono la causa dello spopolamento: ne sono anche l’effetto, in un circolo che si alimenta da solo.

Il grande abbaglio: la promessa della liberazione geografica

Per almeno due decenni, a partire dalla metà degli anni Novanta, la retorica dominante sull’impatto della rivoluzione digitale sull’organizzazione spaziale dell’economia è stata quella della «morte della distanza». L’argomento era strutturalmente semplice: le tecnologie dell’informazione avrebbero eliminato o ridotto drasticamente i costi legati alla lontananza fisica, rendendo la localizzazione irrilevante per molte attività economiche. La periferia avrebbe potuto finalmente competere con il centro su un terreno livellato dalla rete. La Calabria, con il suo capitale naturale intatto, i suoi costi di vita contenuti, la sua bellezza geografica, avrebbe potuto trasformare la marginalità in vantaggio comparato nell’era del lavoro da remoto.

Questa narrativa era seducente, ampiamente diffusa e, come la ricerca empirica degli anni successivi ha sistematicamente dimostrato, largamente falsa nelle sue implicazioni territoriali. L’economista dell’Università di Berkeley Enrico Moretti, nel suo studio The New Geography of Jobs (2012), ha formulato la tesi opposta con precisione: lungi dall’appiattire la geografia economica, la knowledge economy ha una tendenza intrinseca all’agglomerazione spaziale.[15] La prossimità conta di più, non di meno, nelle economie della conoscenza. Moretti identifica tre dinamiche che rendono questo processo auto-rinforzante: la formazione di un mercato del lavoro spesso e specializzato, la presenza di un ecosistema di servizi ad alto valore aggiunto — incluso il capitale di rischio, che richiede prossimità fisica tra investitori e imprenditori — e i cosiddetti knowledge spillovers, ovvero la trasmissione di conoscenza tacita che avviene soltanto attraverso l’incontro fisico, la conversazione non pianificata, la prossimità quotidiana tra menti che lavorano sugli stessi problemi.[16] Il risultato è la formazione di hub cognitivi — San Francisco, Londra, Berlino, Milano — che attirano talenti e capitali in modo cumulativo e autorinforzante, mentre le aree periferiche perdono entrambi in una spirale che Moretti chiama la «Grande Divergenza».

La stagione pandemica ha riaperto questa questione con forza inedita. Con il lockdown e la diffusione del lavoro da remoto, alcuni commentatori avevano intravisto la possibilità di un’inversione di tendenza: i lavoratori dei servizi qualificati, liberati dal vincolo della presenza fisica in ufficio, avrebbero potuto scegliere di vivere in luoghi più vivibili, meno costosi, più a misura d’uomo. I borghi avrebbero beneficiato di questo nuovo nomadismo digitale. La storia ha risposto diversamente.

Il paradosso della connessione: perché la rete non emancipa la periferia

Uno studio pubblicato su PNAS nel 2024, che ha analizzato le dinamiche di redistribuzione della popolazione durante e dopo la pandemia, ha documentato che il lavoro da remoto ha effettivamente eroso in parte il predominio delle grandi metropoli, ma la redistribuzione è avvenuta prevalentemente tra grandi città e città medie, non verso le aree rurali profonde e le zone interne.[17] Ferdinando Monte, Cecile Porcher ed Esteban Rossi-Hansberg, in un articolo pubblicato nell’American Economic Review nel 2023, hanno mostrato che il lavoro da remoto rimodella la struttura interna delle città senza dissolvere le gerarchie urbane: emergono nuovi equilibri spaziali, ma tendono a riprodurre la concentrazione in forme diverse piuttosto che a disperderla verso le periferie profonde.[18]

La ricerca di Althoff, Eckert, Ganapati e Walsh — il cosiddetto City Paradox (CESifo Working Paper, 2020, poi pubblicato in Regional Science and Urban Economics, 2022) — ha identificato un meccanismo preciso alla base di questo paradosso: i servizi qualificati si sono parzialmente de-localizzati in termini di residenza dei lavoratori, ma non si sono dispersi territorialmente nel senso che potrebbe giovare alle aree interne; restano concentrati in ecosistemi urbani di medie e grandi dimensioni.[19] Chi lavora da remoto per un’impresa milanese o londinese raramente sceglie un borgo dell’Aspromonte come base operativa: sceglie, al più, una città costiera ben connessa, con servizi efficienti, con un aeroporto raggiungibile in meno di un’ora. Le aree interne calabresi non rientrano in questo profilo, non per mancanza di bellezza o di qualità della vita potenziale, ma per mancanza delle infrastrutture minime che il nomade digitale dà per scontate.

Uno studio pubblicato dagli Annals of Regional Science nel 2025 sull’intenzione di spostamento residenziale durante la pandemia ha confermato che la disponibilità al trasferimento verso aree rurali era significativamente più alta tra chi aveva già accesso ad amenità di qualità — e cioè tra chi viveva già in contesti dotati di servizi, connettività, comunità strutturate.[20] I territori che avevano più bisogno di un’inversione di tendenza erano esattamente quelli che non possedevano le condizioni materiali per attirarla.

Il digital divide come moltiplicatore di svantaggio

Qui si manifesta la dimensione forse più insidiosa del problema, quella che trasforma un ritardo quantitativo in un divario qualitativo difficile da colmare. L’argomento sul digitale come fattore di emancipazione territoriale presupponeva che la connessione fosse disponibile, accessibile e utilizzabile ovunque. In Calabria, come nel Mezzogiorno in generale, questa condizione non è verificata — e il gap non è soltanto infrastrutturale. Secondo i dati ISTAT del 2023, il 60% dei residenti del Mezzogiorno ha difficoltà ad accedere a una connessione internet veloce.[21] Nel Sud Italia soltanto il 75,6% delle famiglie dispone di accesso a internet domestico, contro l’89,8% del Nord.[22] Freedom House ha segnalato esplicitamente la Calabria come regione con ritardo strutturale nella penetrazione digitale, documentando come i piani nazionali di infrastrutturazione — dal Growth 2.0 del 2012 al Piano Banda Ultra Larga — abbiano accumulato ritardi sistematici e prodotto risultati parziali.[23]

Ma il dato infrastrutturale, per quanto significativo, non è il più preoccupante. Ancora più grave è il gap nelle competenze: soltanto il 32,3% dei residenti nel Sud possiede competenze digitali di base, contro il 54,7% del Nord e il 48,3% del Centro.[24] Uno studio pubblicato da Springer Nature nel 2025, basato su dati di panel NUTS 3 per il periodo 2014-2022, ha analizzato l’impatto della connettività rurale sulla disuguaglianza di reddito nelle province italiane, rilevando che le cosiddette «white areas» — zone senza copertura adeguata dove nessun operatore privato offre servizi a 30 Mbps — sono concentrate sistematicamente nelle aree interne meridionali, definite «market failure zones» eleggibili a intervento pubblico.[25] La ricerca sul divario di digitalizzazione nelle regioni italiane, costruita a partire dall’indice DESI della Commissione Europea, ha documentato che le regioni meridionali arretrano in tutte e cinque le dimensioni rilevate: connettività, competenze digitali, uso di internet da parte delle famiglie, integrazione delle ICT nelle imprese, qualità dei servizi digitali della pubblica amministrazione locale.[26]

Il circolo si chiude su se stesso con una logica implacabile: senza connessione adeguata non si attrae lavoro da remoto; senza lavoro da remoto non si trattengono i giovani qualificati; senza giovani qualificati non si crea la domanda di connessione che giustificherebbe l’investimento degli operatori privati; senza investimento degli operatori il territorio resta nelle «white areas» che lo condannano all’esclusione dall’economia digitale. Il Rapporto della Regione Calabria sui piccoli comuni, pubblicato nell’ottobre 2024, individua tra le cause dello spopolamento la «scarsa disponibilità di servizi e infrastrutture anche di tipo digitale», confermando che il digital divide non è percepito come fenomeno separato dalla crisi demografica ma come una delle sue concause strutturali.[27]

Dis-abitare nell’epoca della densità connessa

Ciò che emerge da questo quadro è un paradosso che potremmo chiamare della densità connessa: l’economia digitale non ha liberato il territorio dall’obbligo della concentrazione, lo ha riformulato in termini più esigenti e meno visibili. La concentrazione richiesta non è più soltanto quella della prossimità ai mezzi di produzione industriale — fabbriche, magazzini, porti — ma quella della prossimità a ecosistemi di talento, di infrastruttura invisibile, di relazioni sociali qualificate. Questo secondo tipo di concentrazione è più mobile nella forma ma non meno selettivo nella sostanza: esclude le periferie non perché siano lontane dalle autostrade, ma perché sono lontane dai nodi delle reti di relazione ad alto valore cognitivo.

In questo senso, dis-abitare la Calabria non significa soltanto lasciare un luogo fisico. Significa uscire da una rete di senso che, nel contesto dell’economia digitale, si è ulteriormente assottigliata perché il territorio non ha potuto partecipare alla costruzione delle nuove reti. I borghi dell’Aspromonte, della Sila, delle Serre vibonesi non sono esclusi dal futuro perché non hanno cambiato abbastanza: sono esclusi perché il futuro che si è costruito — quello degli hub cognitivi, degli ecosistemi innovativi, delle piattaforme digitali — è stato costruito altrove, da altri, secondo logiche che non includevano la periferia nella progettazione ma soltanto, eventualmente, nella distribuzione parziale dei suoi frutti.

Vito Teti, antropologo calabrese e tra i più acuti lettori di questo fenomeno, ha descritto i paesi interni come «luoghi inquieti» in cui il vuoto demografico dissolve non soltanto memorie collettive ma la stessa capacità progettuale: senza il confronto con l’esterno, la comunità perde la dimensione del futuro e si rifugia in una memoria che tende all’idealizzazione difensiva.[28] Mimmo Cersosimo e Sabina Licursi, nel loro Lento pede. Vivere nell’Italia estrema (Donzelli, 2023), descrivono una «modernizzazione passiva» che ha svuotato le aree interne non soltanto di abitanti ma di capacità istituzionale, sostituendo la progettualità autonoma con la dipendenza dal trasferimento pubblico — e trasformando la dipendenza stessa in un ostacolo strutturale al cambiamento.[29]

Verso una soluzione: quattro condizioni necessarie

La domanda sulle possibilità di inversione di tendenza non ammette risposte consolatorie né riformismi di facciata. Lo SVIMEZ, nel Rapporto 2025 Freedom to move, right to stay, ha posto il problema nei termini più onesti disponibili: non si tratta di impedire la mobilità — che è un diritto — ma di costruire le condizioni perché restare sia una scelta reale e non una rinuncia.[30] Finché restare equivale a rinunciare a opportunità che altrove sarebbero disponibili, nessuna retorica del radicamento avrà presa sulle scelte concrete delle persone. Le soluzioni, dunque, devono essere di sistema e non puntuali, strutturali e non episodiche. Si possono identificare quattro condizioni necessarie — non sufficienti da sole, ma tutte indispensabili.

Prima condizione: l’infrastruttura digitale come diritto civile. La connettività a banda larga nelle aree interne non è un lusso tecnico ma una precondizione di cittadinanza nell’economia contemporanea. Finché le «white areas» calabresi restano zone di esclusione digitale, qualunque politica di sviluppo locale si riduce a un’architettura costruita su fondamenta friabili. Il PNRR ha allocato risorse per la copertura ultraveloce del territorio nazionale, ma i ritardi nell’esecuzione e la concentrazione degli investimenti nelle aree già servite rischiano di riprodurre esattamente il divario che vorrebbero colmare. Occorre una governance specifica per le aree interne meridionali, con obiettivi vincolanti, penali per i ritardi degli operatori privati concessionari e presidio pubblico diretto laddove il mercato non arriva. La connessione non è il fine: è il pavimento minimo senza il quale tutto il resto è impossibile.

Seconda condizione: convertire il capitale umano dall’esportazione alla circolazione. Il problema non è fermare i calabresi laureati che vogliono fare esperienza fuori regione — sarebbe illiberale oltre che inutile — ma costruire le condizioni perché questa mobilità sia circolare anziché definitiva. Ciò richiede due interventi complementari. Il primo è la creazione di incentivi fiscali e infrastrutturali per le imprese che insediano attività ad alto valore aggiunto nelle aree interne o nelle città medie calabresi. Il secondo è la costruzione di reti istituzionali tra la diaspora calabrese qualificata e il territorio di origine: reti che trasformino il capitale relazionale accumulato fuori regione in investimento — di competenza, di fiducia, di capitale finanziario — verso la Calabria. Lo SVIMEZ ha calcolato che il costo della fuga di cervelli è di 7,9 miliardi l’anno: anche una piccola frazione di questo flusso, reindirizzata in forma di investimento e non di perdita, cambierebbe la traiettoria.

Terza condizione: ripensare la forma dei servizi nelle aree interne. La logica dell’efficienza economica applicata meccanicamente ai servizi pubblici — concentra dove c’è massa critica, chiudi laddove questa non c’è — è una logica che accelera lo spopolamento che pretende di gestire. Ogni chiusura di un presidio sanitario, di una scuola, di un ufficio postale in un piccolo comune è un segnale che il territorio manda alle famiglie giovani che ancora vi risiedono: questo posto non ha futuro, partite. Occorre invece un modello di servizio diffuso e innovativo, che utilizzi la tecnologia non per sostituire la presenza fisica ma per renderla più efficiente — telemedicina che integra il medico di base e non lo sostituisce, scuole di piccole dimensioni che diventano hub culturali e comunitari, trasporto pubblico a chiamata nelle aree a bassa densità. Lo SVIMEZ nel Rapporto 2025 ha insistito sul fatto che le città medie e i piccoli centri ben serviti sono cruciali per contrastare lo spopolamento delle aree interne.[31]

Quarta condizione: una classe dirigente capace di progetto. Le tre condizioni precedenti sono condizioni di contesto: necessarie ma non sufficienti se non si affiancano a una classe dirigente locale — in senso gramsciano ampio: politici, imprenditori, professionisti, intellettuali, amministratori — capace di elaborare un progetto di sviluppo endogeno radicato nelle specificità del territorio. La Calabria ha risorse che non hanno equivalenti nel contesto europeo: un patrimonio naturale di eccezionale valore, produzioni agroalimentari di qualità assoluta, una posizione geografica al centro del Mediterraneo che potrebbe essere un vantaggio logistico e non una marginalità. Trasformare questi potenziali in sviluppo reale richiede una visione strategica di medio-lungo periodo. La «modernizzazione passiva» non è una condanna antropologica: è il prodotto di decenni di politiche sbagliate che hanno premiato la dipendenza invece di costruire capacità di autonomia. Questo fenomeno può essere corretto, ma richiede una rottura consapevole con i meccanismi di cooptazione e di clientelismo che ancora governano l’allocazione delle risorse regionali.

La giustizia territoriale come questione democratica

Dis-abitare la terra, in conclusione, non è un destino scritto nella geologia o nella storia. È il prodotto accumulato di scelte politiche, di fallimenti istituzionali, di logiche economiche che hanno operato indisturbate per decenni e che il digitale — contrariamente a ciò che si prometteva — ha reso più selettive e non meno. La Calabria si spopola perché le condizioni per restare non sono state costruite: non le infrastrutture fisiche, non quelle digitali, non quelle istituzionali. Tra il 2005 e il 2025 il Mezzogiorno ha perso 916.000 residenti netti mentre il Nord ne guadagnava 1,3 milioni.[32] Questo non è un dato naturale: è il risultato misurabile di una distribuzione delle opportunità che ha premiato sistematicamente la concentrazione e penalizzato la periferia.

Una democrazia che consente il dis-abitarsi strutturale di interi pezzi della propria geografia non è una democrazia integra: è una democrazia che ha deciso, implicitamente, che alcune vite e alcuni luoghi valgono meno di altri. La questione calabrese è, in ultima analisi, una questione di giustizia territoriale — e la giustizia territoriale è una questione democratica di primo ordine. Riconoscerla come tale, e agire di conseguenza, è il presupposto di qualunque soluzione che voglia essere onesta con i propri cittadini invece di limitarsi a dichiarare il problema irrisolvibile per non doverlo affrontare.


[1]ISTAT, Censimento permanente della popolazione, dati al 1° gennaio 2025; elaborazioni su InformaCalabria, aprile 2025.

[2]InformaCalabria, Calabria in declino demografico, aprile 2025, su serie storica ISTAT 2002-2025.

[3]ISTAT, Il Censimento permanente della popolazione in Calabria, Focus maggio 2024; QuiCosenza, elaborazioni su Censimento permanente 2024.

[4]QuiCosenza, La Calabria si svuota, invecchia e fa sempre meno figli, maggio 2024, su dati ISTAT Censimento permanente 2024.

[5]SVIMEZ, Rapporto 2025 sull’economia e la societa del Mezzogiorno — Freedom to move, right to stay, novembre 2025.

[6]SVIMEZ, Rapporto 2025, cit.

[7]LaCnews24, Calabria e Mezzogiorno verso un buio 2050, novembre 2025, su dati SVIMEZ, Rapporto 2025.

[8]Calabria Diretta News, Emergenza spopolamento in Calabria: l’esodo degli anziani segue quello dei laureati, febbraio 2026, su dati SVIMEZ, Rapporto 2025.

[9]Calabria Diretta News, Emergenza spopolamento in Calabria, 2026, cit.

[10]Calabria Diretta News, Emergenza spopolamento in Calabria, 2026, cit.

[11]Calabria Diretta News, Emergenza spopolamento in Calabria, 2026, cit.

[12]Calabria Diretta News, Emergenza spopolamento in Calabria, 2026, cit.

[13]SVIMEZ, Rapporto 2025, cit.: dati su PIL, occupazione e produttivita regionale.

[14]SVIMEZ, Rapporto 2025, cit.: dati su PIL, occupazione e produttivita regionale.

[15]Enrico Moretti, The New Geography of Jobs, Houghton Mifflin Harcourt, 2012.

[16]Moretti, The New Geography of Jobs, 2012, cit.

[17]F. Rowe et al., How working from home reshapes cities, PNAS, vol. 121, n. 44, ottobre 2024.

[18]F. Monte, C. Porcher, E. Rossi-Hansberg, Remote Work and City Structure, American Economic Review, vol. 113, n. 4, 2023, pp. 939-981.

[19]L. Althoff, F. Eckert, S. Ganapati, C. Walsh, The City Paradox: Skilled Services and Remote Work, CESifo Working Paper No. 8734, 2020; poi in Regional Science and Urban Economics, vol. 93, 2022.

[20]The teleworking paradox: the geography of residential mobility of workers in pandemic times, Annals of Regional Science, Springer Nature, marzo 2025.

[21]ISTAT, I divari territoriali nel PNRR: dieci obiettivi nel Mezzogiorno, 2023; citato in ForumPA, settembre 2023.

[22]C. Lavoratori et al., Digital divide and income inequality: causal evidence from Italian provinces, Annals of Regional Science, Springer Nature, dicembre 2025.

[23]Freedom House, Italy: Freedom on the Net 2021 Country Report.

[24]Lavoratori et al., Digital divide and income inequality, 2025, cit.

[25]Lavoratori et al., Digital divide and income inequality, 2025, cit.: white areas come market failure zones.

[26]G. Bucci, G. Circelli, Digitalisation in Italy: Evidence from a New Regional Index (rDESI), Social Indicators Research, Springer, giugno 2023.

[27]Regione Calabria, Primo Report Borghi e Piccoli Comuni, ottobre 2024.

[28]Vito Teti, Il senso dei luoghi. Memoria e storia dei paesi abbandonati, Donzelli, 2004; e dichiarazioni in LaCnews24, novembre 2025.

[29]Mimmo Cersosimo, Sabina Licursi, Lento pede. Vivere nell’Italia estrema, Donzelli, 2023.

[30]SVIMEZ, Rapporto 2025, cit.: cap. Un’azione di sistema per le aree interne.

[31]SVIMEZ, Rapporto 2025, cit.: cap. Un’azione di sistema per le aree interne.

[32]LaCnews24, Calabria e Mezzogiorno verso un buio 2050, 2025, cit.: serie storica 2005-2025.