Mappe, psicodrammi e luoghi comuni
Ad ogni appuntamento con la democrazia – diretta o rappresentativa – arrivano puntualmente le mappe del voto, gli psicodrammi e i luoghi comuni sull’elettorato del Sud.
È un’Italia che non si guarda allo specchio, ma si misura con il righello. Traccia linee, colora confini, assegna voti. È l’Italia delle mappe morali, dove la geografia diventa un pretesto per raccontarsi una storia semplice: da una parte l’efficienza, dall’altra il difetto; qui la modernità, lì il ritardo.
La mappa del voto non è una semplice rappresentazione, ma ha una funzione narrativa. Ha anche una funzione espiativa nonché simbolica: la foglia di fico dietro cui nascondere le vergogne dei propri pregiudizi. Serve a rassicurare chi osserva, a produrre una gerarchia che sembra naturale solo perché ripetuta abbastanza volte, possibilmente da un luogo in cui l’eco è più forte.
Questo articolo non prova a correggere quelle mappe. Le prende sul serio, fino in fondo, e le espone per ciò che sono: dispositivi retorici. Quattro cartografie ricorrenti, quattro personaggi che le incarnano, quattro modi diversi di dire la stessa cosa senza mai dimostrarla davvero. Perché ogni mappa, prima di descrivere il territorio, racconta chi la disegna, e chi la condivide.
Ad ogni mappa il suo commentatore
Non importa il quesito, né l’esito da commentare. Queste mappe, già pronte nel cassetto degli analisti di turno, vengono sfoderate all’occorrenza: talvolta con pathos, spesso con una falsa neutralità.
Partiamo dalla più diffusa, insieme al suo interprete: il separatista nostalgico. Repubblica o monarchia poco importa: ciò che conta è ripetersi, e ripetere, che il Paese è irrimediabilmente diviso.
Poi arriva il chirurgo territoriale, convinto che solo nella sua particella catastale si sia davvero morali o si lavori davvero. Il resto è una fastidiosa appendice infiammata: se la togli, si sta meglio. Qui tre quarti del Paese vengono direttamente considerati materiale da asportare.
Segue il nefrologo civico, cugino imbarazzante dei primi due, che crede a improbabili correlazioni tra caratteristiche fisiche e prestazioni sociali, come nelle più cupe leggende pseudoscientifiche e nelle infauste mappe del Cephalic Index.
Infine, l’allegro fatalista, che ci ricorda come il mondo non crolli né si smuova né si salvi, per le nostre opinioni. Un piccolo simpatico esempio di questo genere è offerto da questa immagine condivisa da Terrible Maps:

Passando ad altro, facendo i seri
Anche nelle analisi internazionali, fondate su dati, metodo e risultati consolidati, si può stare certi di una costante: la scelta cromatica è quasi sempre tragicamente rossa, o comunque molto scura. Raramente, se non mai, il Sud viene rappresentato con un rassicurante blu navy o con un verde speranza.
Occorre allora chiedersi: a cosa servono queste mappe? A cosa alludono e quali discorsi contribuiscono a legittimare?
Non è necessario scomodare concetti come egemonia culturale o economica. Le mappe, in fondo, si limitano ad assecondare la narrazione preferita di chi le produce. Nulla di nuovo, e poco di realmente analitico.
Occorre piuttosto interrogarsi su chi le legge. Non siamo forse stanchi di fare di tutta l’erba un fascio? Perché non scendere di scala e privilegiare letture più articolate e meno grossolane?
Due chiavi di lettura
Con troppa leggerezza si afferma che gli elettori del Sud siano, nella migliore delle ipotesi, fuorviati o condizionati da forze locali, mafie e reti di potere di varia natura. Andrebbe però riconosciuto che la realtà del voto è, allo stesso tempo, più complessa e ma anche più banale.
Sul versante della complessità, il voto resta un atto individuale. Nessuna analisi può davvero scendere alla scala del singolo, anche perché il voto è segreto. Persino gli exit poll risultano, in ultima analisi, solo parzialmente affidabili: la possibilità di mentire, o semplicemente di non rispondere, è sempre presente.
Sul versante della banalità, il voto è spesso il risultato di influenze collettive. Nessuna analisi può stabilire con precisione se, e in quale misura, una scelta elettorale derivi dal parere di una persona fidata o dalla pressione di un gruppo politico o extra-politico, salvo i casi eclatanti oggetto di inchieste giudiziarie serie e necessarie.
In sintesi, mancano basi solide per formulare giudizi oggettivi su gran parte dei comportamenti elettorali. Eppure, le analisi post voto restano spesso perentorie e, non di rado, squalificanti nei confronti del Sud.
Tre passaggi importanti
- Riconoscere che, nelle democrazie liberali, il pluralismo è un elemento fondativo. Le differenze di voto non rappresentano un problema, semmai lo sarebbe un’eccessiva uniformità.
- Riconoscere che la tendenza a rappresentare il Paese come irrimediabilmente diviso ripropone, sotto nuove forme, vecchi spettri ideologici. Il passato serve a evitare errori, non a giustificare letture rigide del presente.
- Riconoscere che interpretare il voto del Sud come “non genuino” implica, quasi inevitabilmente, un’accusa generalizzata di corruzione individuale. Una conclusione sproporzionata, che riduce gli elettori a soggetti passivi, vittime di dinamiche che vengono spesso amplificate oltre misura.
Votare, o scegliere di non farlo, resta un diritto. Seguire o meno l’orientamento altrui è una facoltà individuale. Le pressioni indebite e il voto di scambio esistono e vanno contrastati con decisione, ma non possono diventare la chiave interpretativa universale di ogni comportamento elettorale.
Altri Sud non solo sono possibili: esistono già. Nel rispetto delle differenze individuali, conviene diffidare degli assolutismi e delle accuse faziose. Nulla è più corrosivo, per una democrazia, che delegittimare il suo stesso funzionamento in nome di letture semplicistiche.
Non puoi spogliare le persone dei loro pregiudizi, ma puoi ricordare che dietro quella mappa, dietro quella foglia di fico, si nasconde il peccato psicodrammatico del cittadino comune: ignorante, spaventato, annoiato, alla ricerca di consensi e assoluzioni facili.

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