È passato poco tempo o tanti anni? Non lo so più, forse colpa di qualche pandemia.
Finalmente potevo oltrepassare quella cornice ed entrare in un’immagine che per anni aveva dominato il salotto di casa, ostentata da mio padre agli ospiti. Solo più tardi capii che era una riproduzione di Escher. Non era un’allucinazione: era un invito.
Finalmente sarei andato oltre l’icona, oltre la superficie bidimensionale conosciuta tra libri e pagine web sgranate, per ritagliarmi un’idea personale di calabresità, lontana dal pittoresco.
Il borgo sulla rocca
Esitai un istante, poi tirai fuori la reflex e iniziai a scattare tra vicoli deserti e case aggrappate alla roccia. Pergole, porte spalancate, intonaci consumati, edicole sacre, cisterne, piccoli giardini pensili. Non avevo fretta.
Mi accolse il panoramico e panciuto muretto in calce della piccola piazzetta, adiacente alla chiesa, accesi la prima sigaretta, riposi la macchina fotografica e sedetti a riflettere. Una sedia rossa con tavolinetto in un incantevole spazio pubblico senza arredo urbano!
Un impianto senza cardo o decumano semplicemente funzionale ai livelli degradanti dell’orografia del sito.
Entrai nella chiesa che per molti anni era stata abbandonata.
Lo scritto inciso su una lastra commemorativa, sormontata dallo stemma araldico degli Alberti, signori della rocca, documentava, dopo il rito greco, che il primo prelato ad officiare in lingua latina in questa chiesa era stato nel 1655 il Bovese, Don Domenico Toscano.






Dalla chiesa protopapale greca a quella arcipretale latina…
Un cambiamento storico o una perdita di coscienza della propria identità?
La rocca incombeva. Le cavità nella pietra sembravano occhi. Le case, tutte diverse, dialogavano con il paesaggio. Abitazioni semplici, vite essenziali: focolare, orto, animali, chiesa. Un minimalismo autentico, lontano dalle versioni contemporanee senza odori né vita.
Gli abitanti erano stati muratori, architetti, inventori di necessità.
Alle dieci del mattino il sole era già alto. Avevo un appuntamento. Scelsi un sentiero più breve per esplorare il lato nascosto della rocca. Mi incamminai lungo un viottolo solitario, lo sguardo pendolava continuamente tra lo sfondo a mare fino a incontrare la Sicilia, la costa messinese e ancora oltre il vulcano di Schizzo, l’Etna sempre più vicino che con la sua cima innevata contrastava con quel primo piano di terra bruciata ricoperta a macchie di fichi d’india, agavi e finocchietto selvatico, la rupe sempre più incombente.
A un certo punto lasciai il percorso, mi aprì la via alla ricerca di strani incontri, tra spighe che andavano dorandosi e i cardi pungenti e colorati, non si fecero attendere!
Lasciai il sentiero e attraversai campi dorati e cardi. Un canto popolare mi tornò alla mente:
Iu fici vutu di fari ‘ncastellu,
cridendu ch’era iu lu castellanu.
Doppu chi lu fici artu e puru bellu,
la pinna mi pigghiaru di la manu.
Restai comu lu pitturi senza pennellu
comu lu notaru senza pinna a manu.
Incontrai una piccola casa abbandonata, tetto piano, un mandorlo a fare ombra. Diversa dalle altre. Essenziale, mediterranea. Un volume moderno, una “white box” logorata dal tempo, immersa in un alto tappeto di colori spontanei, riflessi nel fascino silenzioso e primitivo di questo luogo, la presenza maestosa della rupe di sfondo, un altrove da tutto. Semplicemente simile a molte architetture tradizionali mediterranee, liberate dalla schiavitù della pianta in funzione del tetto.
Il paesaggio risolveva ogni questione stilistica.
Ripresi a camminare fino a ritrovare il sentiero. Poco dopo arrivai al luogo dell’appuntamento.

Appuntamento con la necessità
Rossella, la pastora, mi aspettava. Ultima abitante, custode di questa terra. In pochi minuti mi raccontò la sua vita: da Viterbo alla Calabria, tra sacrifici e capre. Più tardi mangiammo insieme. Piatti semplici, antichi. Un ritorno al ceppo greco, alla necessità.
Un cartello raccontava la vicenda del 1686 tra Alberti e Abenavoli. Poi l’abbandono, la discesa verso la marina.
Conversammo a lungo, tra formaggio e progetti. Prima di salutarci, mi indicò con precisione il paesaggio.
Avevo completato il periplo della rocca.
Tornato tra i vicoli, dopo una pausa, iniziai la salita: duecento metri verso la cima, passando accanto al campanile della chiesa dei SS. Apostoli Pietro e Paolo. Un rudere mostrava una maschera apotropaica sul portale.
La salita era un atto simbolico. Pensai al Monte Ventoso di Petrarca. Raggiunta la vetta, lo sguardo si aprì fino al mare. Il paesaggio si rivelava come una composizione.
Catastrofi naturali e incuria avevano modellato questo luogo. Non una guerra, ma un lento consumo.
Salendo ancora raggiunsi una gola stretta. Da lì dominavo i tetti, il cimitero, il nuovo paese poco distante. Paesaggio consolatorio o critica alla vita urbana?

Il periplo della rocca
L’azione umana recente aveva causato danni più dei disastri naturali. Terra instabile, tre placche in convergenza. A questo si aggiungono contraddizioni sociali e urbane.
Eppure qui il paesaggio non è sfondo. È sostanza. Vegetazione endemica, profumi, luce. La Centaurea, l’Allium pentadactyli, il vallone delle orchidee, le fiumare dell’Annà e di Sant’Elia.
Finalmente il silenzio. Un silenzio pieno. Non ero solo.
Avevo finalmente l’opportunità di praticare il silenzio, senza essere costretto a obliterare nessun biglietto. La solitudine si dice sia prerogativa esclusiva dei sovrani. Cento, mille sovrani abitavano quel paesaggio, io non ero stato solo, occhi verdi invisibili mi avevano accompagnato.
Il confronto con il silenzio urbano mi inquietava. Non riuscivo più a fotografare.
Riemersero pensieri universitari, parole di un maestro:
“Un’intelligenza lucida, un sentimento coraggioso ma individuale, velato di malinconia. Il paesaggio calabrese respira, anche quando fallisce”.
Immaginai amici e compagni di viaggio lungo i sentieri. Il sole tramontava alle spalle. Non desideravo trasformare questo luogo in scenografia turistica.



Economia, investimenti, turismo: ma a quale prezzo?
Quanti bei retini colorati, accomunati da uno scadente “copia e incolla” per una svendita immobiliare di ammuffite metropoli di cartone.
Nella dendrocronologia urbana, dentro gli ultimi anelli periferici da rammendare, tanti avevano già letto il grigio presagio di una modernità non finita, annunciata nelle urbane nature morte e metafisiche di Sironi Mario, futurista!
Questa terra richiede equilibrio, visione, rispetto. Festival e associazioni sono linfa vitale, ma serve coerenza. Un effetto farfalla che parta dal locale.
Dall’alto immaginai il borgo nel passato: cavalli, carri, voci, pane, riti, processioni. Tutto scorreva come un film.
Rimasi fermo ad attendere il tramonto. Pensai al Viandante romantico. Vaneggiavo?
I limiti della nebbia umana erano ora a confronto con la grandiosità della natura. Senza pausa di fiato, sentimenti soggettivi facevano a pugni con sensazioni oggettive.
Cercavo spiegazioni, o era semplicemente l’ebbrezza della solitudine?
Prima di scendere mi accorsi di non essere stato solo: una piccola lucertola mi aveva osservato a lungo. La salutai, dandole appuntamento alla prossima volta.
Testo e foto di © Salvatore Greco

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