La Groenlandia fuori dai riflettori

L’Artico come possibile epicentro del rischio nucleare contemporaneo

I. La geografia silenziosa della deterrenza

Quando si parla di rischio nucleare, l’immaginario pubblico continua a guardare verso i confini visibili del conflitto: l’Europa orientale, il Medio Oriente, il Mar Cinese Meridionale. Eppure la geografia strategica del nucleare racconta una storia diversa. Il luogo in cui la probabilità statistica di un incidente nucleare non intenzionale appare più strutturalmente elevata non coincide con le aree mediaticamente più esposte. Coincide con l’Artico.

La traiettoria più breve tra Stati Uniti e Russia attraversa il Polo Nord. Questa configurazione geografica ha reso l’Artico una componente essenziale della stabilità nucleare sin dalla Guerra Fredda: i sistemi di allerta precoce installati nelle regioni polari consentono di individuare il lancio di missili balistici intercontinentali in tempi estremamente ridotti, determinando le finestre temporali entro cui le decisioni di risposta devono essere prese.¹

La deterrenza nucleare si regge su un principio fondamentale: nessuna potenza può permettersi di colpire l’avversario se sa che questi è in grado di rispondere anche dopo aver subito un primo attacco devastante. Questa capacità di seconda risposta dipende in larga misura dai sottomarini nucleari strategici, molti dei quali operano nelle acque artiche, dove il ghiaccio e la profondità li rendono difficilmente rintracciabili.² La regione compresa tra il Mare di Barents, la penisola di Kola e il corridoio tra Groenlandia, Islanda e Regno Unito — che gli strateghi chiamano GIUK Gap — costituisce uno degli spazi più sensibili del pianeta sotto questo profilo.³

La Groenlandia occupa una posizione centrale in questa architettura. La base di Pituffik — ex Thule Air Base, ribattezzata nel 2023 per riconoscerne l’eredità groenlandese — ospita i sistemi radar integrati nella rete di difesa missilistica statunitense. Il radar di allerta precoce installato nella base ha una portata di rilevamento superiore ai 3.000 chilometri ed è un nodo essenziale del sistema di difesa aerospaziale nordamericano (Stati Uniti e Canada).⁴


II. La penisola di Kola: il cuore nucleare russo

Sul fronte russo, la penisola di Kola rappresenta la concentrazione più densa di potenza nucleare del pianeta. Secondo la valutazione annuale delle minacce pubblicata dall’Intelligence Community statunitense nel 2026, circa i due terzi della capacità nucleare navale di seconda risposta russa è concentrata nell’Artico, con sette sottomarini balistici della Flotta del Nord basati tra Severomorsk, Gadzhiyevo e Okolnaya Bay.⁵ Questi includono le unità più moderne di classe Borei e Borei-A, ciascuna armata con sedici missili di portata intercontinentale, oltre alle unità Delta-IV tuttora operative.⁶

Occorre leggere con attenzione la prospettiva russa. Mosca non descrive la propria presenza artica come una minaccia, ma come una risposta difensiva all’avanzata della NATO verso i propri confini settentrionali. La Strategia Artica della Federazione Russa, in vigore fino al 2035, e approvata da Putin nell’ottobre 2020, definisce l’Artico come una “zona strategica di risorse” e identifica tra le principali minacce alla sicurezza nazionale proprio “i tentativi di alcuni Paesi di ridiscutere le disposizioni dei trattati internazionali che regolano le attività nell’Artico”.⁷ Per Mosca l’allargamento della NATO a Finlandia e Svezia non ha fatto che confermare un accerchiamento che essa percepisce come reale e strutturale. Come osserva l’analista russo Fyodor Lukyanov, direttore della rivista Russia in Global Affairs, la questione groenlandese va letta non come una disputa bilaterale tra Washington e Copenaghen, ma come la ridefinizione di chi controllerà l’intero equilibrio del Nord — un equilibrio in cui la Russia è già circondata da tutti i lati da paesi NATO.⁸

La dottrina militare russa nella regione è organizzata attorno a ciò che gli analisti chiamano difesa bastionata: un perimetro difensivo stratificato, comprendente basi aeree, sistemi missilistici costieri, sottomarini d’attacco e aviazione marittima, progettato per garantire la sopravvivenza dei sottomarini nucleari in un contesto di crisi.⁹ La logica è tanto semplice quanto inquietante: se i sottomarini sopravvivono, la Russia può sempre rispondere. Ed è precisamente questa sopravvivenza che la NATO cerca di mettere in discussione, e che Mosca è disposta a difendere a qualsiasi costo. Nell’ottobre 2025, il Ministro della Difesa norvegese Tore Sandvik ha dichiarato pubblicamente che la Russia sta intensificando il dispiegamento di armi nucleari nella penisola di Kola e testando nuovi sistemi missilistici ipersonici.¹⁰

La guerra in Ucraina ha eroso le capacità convenzionali della Flotta Russa del Nord — alcuni stimano che le forze terra-mare abbiano perso circa l’80% della loro forza quantitativa — ma sicuramente non ha intaccato il suo nucleo nucleare, rimasto intatto e in fase di ammodernamento.¹¹ Un segnale emblematico è il rientro in servizio del sottomarino Karelia, previsto operativo fino al 2038 con sedici missili di portata intercontinentale. Il tempismo non è casuale: la scadenza del trattato russo-americano di riduzione delle armi strategiche, nel febbraio 2023, ha eliminato i vincoli legali che limitavano lo schieramento di testate nucleari, e l’apparizione tempestiva di Karelia ha sigillato questo passaggio in modo inequivocabile.¹²


III. Il corridoio GIUK: il collo di bottiglia del nucleare globale

Il corridoio tra Groenlandia, Islanda e Regno Unito è il principale varco attraverso cui i sottomarini russi devono transitare per accedere all’Atlantico settentrionale. Chi controlla quel passaggio, controlla la mobilità della deterrenza navale russa. Durante la Guerra Fredda, la NATO aveva costruito attorno a questo corridoio un’architettura di sorveglianza capillare, inclusa una rete di idrofoni posizionati sul fondo marino che garantiva il tracciamento di qualsiasi unità sovietica in transito.¹³

Dopo il 1991, quell’infrastruttura era stata progressivamente smantellata. Oggi la NATO sta cercando di ricostituirla. La riattivazione della 2ª Flotta americana nel 2018, il dispiegamento di aerei pattuglia in Islanda, e — in una prima assoluta nel febbraio 2026 — l’approdo di un sottomarino d’attacco nucleare statunitense a Reykjavik, hanno ridefinito il corridoio come il teatro più attivo della competizione sottomarina contemporanea.¹⁴

Anche qui è necessario tenere presente la lettura russa. Dal punto di vista di Mosca, la ricostituzione di questa architettura di sorveglianza non è un atto neutro: è una minaccia diretta alla sopravvivenza dei propri sottomarini nucleari, e quindi alla propria capacità di secondo colpo. La ricerca condotta dall’Arctic Institute ha documentato come l’ingresso di Finlandia e Svezia nella NATO abbia prodotto, nella pianificazione strategica russa, la percezione di un “NATO 7 contro Russia” — un accerchiamento totale che spinge Mosca a pianificare per ogni contingenza, incluso uno scontro militare aperto nell’Artico.¹⁵ Non si tratta di giustificare le scelte di Mosca, ma di capire da quale cornice esse provengono: è quella cornice — non la malevolenza astratta — a generare il rischio sistemico che questo articolo intende analizzare.

La Russia risponde anche con operazioni ibride: campagne di influenza documentate, dirette a sostenere i movimenti indipendentisti in Groenlandia e in Scozia, con l’obiettivo di indebolire il controllo NATO sul corridoio.¹⁶ Il perimetro di rischio si allarga ulteriormente se si considera Svalbard. Il trattato del 1920 garantisce ai cittadini russi il diritto di risiedere nell’arcipelago senza visto; la Russia mantiene a Barentsburg e Pyramiden insediamenti che gli analisti considerano con crescente preoccupazione, a poca distanza dai sottomarini della NATO in transito.¹⁷


IV. Una storia di incidenti: quando la Groenlandia ha già rischiato il disastro

La storia dimostra che la Groenlandia non è soltanto un’architettura teorica di rischio: è già stata teatro di incidenti nucleari reali. Il 21 gennaio 1968, un bombardiere americano B-52 in missione di allerta continua su Baffin Bay prese fuoco all’interno del velivolo e si schiantò sul ghiaccio marino del fiordo di Wolstenholme, circa dodici chilometri a ovest della base di Thule.¹⁸

Il B-52 trasportava quattro bombe termonucleari. L’impatto fece detonare gli esplosivi convenzionali di tutte e quattro le armi, disperdendo plutonio, uranio, americio e trizio su un’area di quasi otto chilometri quadrati di ghiaccio artico. Non si verificò una detonazione nucleare, ma la contaminazione radioattiva fu massiccia. L’operazione di bonifica mobilitò 700 specialisti per nove mesi, rimuovendo oltre due milioni di litri di materiale contaminato.¹⁹ Studi successivi condotti su lavoratori danesi impiegati nella bonifica rilevarono tassi abnormi di patologie oncologiche.²⁰

L’incidente rivelò che gli Stati Uniti conducevano sistematicamente voli di bombardieri nucleari sulla Groenlandia in violazione della politica nucleare danese. Successivamente fu declassificato un secondo segreto ancora più profondo: il Progetto Iceworm, un piano dell’Esercito americano per collocare fino a 600 missili nucleari sotto il ghiaccio della Groenlandia.²¹ La Groenlandia non era soltanto un avamposto di sorveglianza: era già stata concepita come un arsenale sepolto.

Venticinque anni prima dell’incidente di Thule, ma altrettanto rivelatrice, fu la notte del 26 settembre 1983. Il tenente colonnello Stanislav Petrov si trovò solo davanti a una decisione che avrebbe potuto cambiare la storia. Ufficiale di turno al centro di comando sovietico Serpukhov-15, ricevette un segnale di allerta: cinque missili balistici intercontinentali americani sarebbero stati in volo verso l’URSS. Il protocollo imponeva di riferire immediatamente ai superiori per l’attivazione del contrattacco. Petrov decise di attendere ulteriori conferme, che non arrivarono: era un falso allarme causato da una rara configurazione di riflessione solare su nuvole ad alta quota.²²

L’episodio Petrov non fu isolato. Pochi giorni dopo, un’esercitazione NATO fu interpretata dai servizi segreti sovietici come la copertura di un vero attacco nucleare imminente. Andropov mobilitò le forze nucleari sovietiche; fu soltanto la decisione individuale di un ufficiale americano di non alzare il livello di allerta a impedire una spirale incontrollabile.²³ La lezione è scomoda: i sistemi di allerta precoce creano pressioni strutturali verso la risposta automatica, comprimendo la finestra del giudizio umano fino a renderla quasi nulla. Con i nuovi sistemi d’arma ipersonici, quella finestra si è ulteriormente ridotta.²⁴


V. Il fattore cinese: la Via della Seta Polare e il terzo attore

La complessità artica non si riduce alla diade russo-americana. La Cina ha progressivamente costruito una presenza nell’Alto Nord che sfida le categorie tradizionali di analisi. Nel 2018, Pechino si è autodefinita uno Stato “prossimo all’Artico” nel suo primo Libro Bianco ufficiale sulla politica artica, rivendicando il diritto di partecipare alla governance della regione.²⁵ Questa autodefinizione ha suscitato critiche da parte degli Stati artici, ma Pechino la fonda su argomenti precisi: la Cina ha firmato il Trattato di Spitsbergen nel 1925, conduce ricerche scientifiche nell’Artico da decenni, e sostiene che i cambiamenti climatici polari abbiano ricadute dirette sul proprio territorio e sulla propria sicurezza alimentare.

È importante leggere questa posizione anche dal punto di vista cinese, senza limitarsi alla lettura occidentale che la descrive come pura espansione. Il Libro Bianco cinese afferma esplicitamente che “la pace e la stabilità nell’Artico costituiscono una garanzia fondamentale per tutte le attività nella regione, e servono l’interesse di tutti i Paesi, inclusa la Cina”. La studiosa Nong Hong, tra le principali accademiche cinesi di diritto del mare artico, ha argomentato in sede internazionale che i Paesi non artici hanno diritti legittimi sanciti dalla Convenzione ONU sul diritto del mare e che escluderli dalla governance regionale equivale a trasformare un bene comune dell’umanità in un dominio esclusivo degli otto Stati costieri.²⁶ Questo argomento è tecnicamente fondato e merita di essere registrato, anche quando si sospetta — legittimamente — che dietro di esso si nascondano interessi strategici più ampi.

La Via della Seta Polare — in cinese 冰上丝绸之路 — è l’estensione artica della più grande iniziativa infrastrutturale cinese contemporanea.²⁷ Uno dei principali istituti di ricerca strategica americani ha rilevato che le attività cinesi nell’Artico presentano rischi specifici nelle categorie delle infrastrutture di comunicazione e dei sistemi satellitari, entrambi a potenziale utilizzo sia civile sia militare.²⁸ Ma la stessa analisi chiarisce che la Cina vede l’Artico come una scommessa di lungo periodo, non come una priorità immediata: nell’ordine gerarchico degli interessi strategici cinesi, Taiwan e il Mar Cinese Meridionale vengono prima.²⁹

Il 14 ottobre 2025, tuttavia, Russia e Cina hanno firmato un accordo formale per lo sviluppo congiunto della Rotta del Mare del Nord, il corridoio marittimo che costeggia la Siberia collegando l’Asia all’Europa attraverso l’Oceano Artico. I volumi di traffico hanno già raggiunto 37,8 milioni di tonnellate nel 2024.³⁰ A questo si aggiunge l’infrastruttura digitale: Pechino sta costruendo stazioni satellitari a terra, cavi sottomarini a fibre ottiche e sistemi di navigazione propri nell’Artico, presentati come infrastutture civili ma con evidenti possibilità di impiego militare e di intelligence.³¹ Nell’agosto 2025, la nave rompighiaccio cinese Xue Long 2 ha operato a 290 miglia nautiche dall’Alaska — il livello di proiezione più settentrionale mai registrato per la flotta polare cinese. La Cina non è un attore nucleare nell’Artico nel senso in cui lo sono Russia e Stati Uniti, ma la sua crescente presenza diretta aggiunge un terzo vettore di complessità a un ambiente già saturo di tensioni.³²


VI. Il ghiaccio che si scioglie: il cambiamento climatico come amplificatore

Negli ultimi anni la rilevanza strategica dell’Artico è ulteriormente aumentata a causa dello scioglimento dei ghiacci. L’Artico si scalda a un ritmo da due a quattro volte superiore alla media globale: nei 46 anni di osservazione satellitare continua, si registra una riduzione persistente del ghiaccio estivo e una contrazione del ghiaccio invernale.³³ La Strategia Artica del Dipartimento della Difesa statunitense del 2024 prevede che l’Artico possa sperimentare la sua prima estate praticamente priva di ghiaccio già intorno al 2030.³⁴

Il cambiamento climatico modifica la geometria operativa della deterrenza. Rende più accessibili aree precedentemente isolate, facilitando sia il traffico commerciale sia la presenza militare: il traffico marittimo artico è cresciuto del 37% negli ultimi dieci anni.³⁵ Basi militari, radar, sottomarini nucleari e rotte energetiche si sovrappongono così in uno spazio che era rimasto a lungo naturalmente separato dal resto del mondo.

Occorre però evitare un equivoco: il cambiamento climatico non è la causa della competizione artica, è il suo amplificatore. I cambiamenti ambientali alterano gli equilibri nell’Artico, ma non spiegano da soli perché gli Stati siano più competitivi.³⁶ Le dinamiche della competizione geopolitica trascendono il dato climatico. Il ghiaccio che si scioglie ha semplicemente aperto nuovi fronti a strutture di conflitto già consolidate.

Ciononostante, la riduzione del ghiaccio marino produce un effetto paradossale: i sottomarini operano in acque più navigabili, ma la minore copertura di ghiaccio riduce il loro tradizionale schermo acustico e visivo. Ciò può spingere verso tattiche più aggressive — pattugliamenti più profondi, avvicinamenti alle infrastrutture nemiche — aumentando la probabilità di incidenti non intenzionali.³⁷


VII. Il rischio sistemico: quando la complessità produce incidenti

C’è una relazione diretta tra complessità tecnologica e probabilità di incidenti non intenzionali. Quando più sistemi strategici convergono nello stesso spazio geografico, il rischio aumenta in modo non lineare: errori di interpretazione dei dati radar, malfunzionamenti dei sistemi di comunicazione o collisioni tra unità navali possono produrre effetti destabilizzanti anche in assenza di qualsiasi volontà politica di escalation.²⁴

Nell’Artico questa condizione è strutturalmente presente. I radar di Pituffik sono già stati identificati come vulnerabili ai missili ipersonici russi — sistemi che volano a oltre cinque volte la velocità del suono e che l’attuale architettura difensiva americana nella regione non è in grado di intercettare.³⁸ Il Bulletin of the Atomic Scientists, nel dicembre 2025, ha qualificato questa situazione come una “crisi missilistica imminente” nell’Artico.³⁹

La riduzione dei canali di dialogo tra potenze rivali è il vero campanello d’allarme. La sospensione della Russia dall’Arctic Council — il forum intergovernativo che riunisce gli otto Stati con territorio nell’Artico — dopo l’invasione dell’Ucraina ha eliminato il principale strumento multilaterale di gestione delle tensioni regionali. Le comunicazioni militari dirette tra NATO e Russia nell’Alto Nord sono ai minimi storici.⁴⁰ La probabilità di percezioni erronee delle intenzioni altrui cresce in modo direttamente proporzionale alla diminuzione della trasparenza. Come ha scritto la ricercatrice Elizabeth Buchanan, studiosa della strategia artica russa, “la percezione erronea della strategia russa nell’Artico dipende in parte da residui schemi narrativi della Guerra Fredda, ma anche dai segnali contraddittori che la Russia stessa invia” — segnali che diventano ancora più difficili da interpretare quando mancano canali stabili di comunicazione.⁴¹

L’Artico presenta infine una caratteristica unica: combina la centralità strategica con una limitata visibilità politica. L’opinione pubblica tende a percepire la regione come periferica, mentre la pianificazione militare la considera uno spazio cruciale per la stabilità nucleare globale. Questa dissociazione è essa stessa un fattore di rischio: riduce la pressione politica verso meccanismi di riduzione della tensione.


VIII. L’interesse americano per la Groenlandia: una lettura strategica

In questo contesto, l’interesse degli Stati Uniti per la Groenlandia — emerso con forza nell’agenda politica americana già nel 2019 e tornato al centro del dibattito nel 2026 — assume un significato che trascende la retorica. Il controllo delle infrastrutture di monitoraggio consente di ridurre il rischio di sorpresa strategica e di mantenere una posizione dominante nella gestione degli equilibri nucleari globali.⁴²

Il governo danese ha risposto finanziando direttamente l’espansione aeroportuale groenlandese per impedire a imprese cinesi di aggiudicarsela, e ha collaborato con Washington alla modernizzazione degli accordi di difesa. Ma la formula dell’autonomia groenlandese complica la gestione americana dell’isola come avamposto strategico di fatto. La Groenlandia è un territorio con aspirazioni di indipendenza crescenti, e la sua popolazione ha già vissuto gli effetti concreti della militarizzazione americana: le rilocazioni forzate legate alla costruzione di Thule, l’incidente del B-52 del 1968, i decenni di segreti nucleari mantenuti contro le dichiarazioni formali delle autorità danesi.

La Russia, da parte sua, alimenta il dissenso con campagne di disinformazione documentate, tese a radicalizzare il dibattito indipendentista groenlandese e a suggerire che l’interesse americano sia predatorio piuttosto che difensivo.⁴³ Anche qui, è utile confrontare le narrative: per Washington, Pituffik è un presidio difensivo indispensabile; per Mosca, è la punta avanzata di un dispositivo offensivo che minaccia i propri sottomarini nucleari; per Pechino, è la prova che l’Artico sta diventando un dominio militare americano per cui la Cina deve garantirsi un accesso alternativo. Nessuna di queste letture è interamente falsa. Ed è proprio questa sovrapposizione di narrative e prospettive d’interesse incompatibili — in un ambiente ad alta densità di armamenti — a rendere la regione strutturalmente pericolosa.


IX. Conclusione: la silenziosa urgenza del Nord

La competizione per il controllo dell’Artico non implica necessariamente la volontà di un conflitto nucleare da parte di nessuno degli attori coinvolti. Tuttavia indica che la possibilità di confronto tra grandi potenze viene considerata concretamente nella pianificazione strategica contemporanea, con tre letture della stessa realtà che si escludono a vicenda. La storia ha già dimostrato che le regioni apparentemente marginali possono assumere un ruolo decisivo nei momenti di transizione sistemica. Il teatro artico della Seconda Guerra Mondiale — con i convogli alleati verso Murmansk, la ferrovia di Lend-Lease, la battaglia per il controllo del Mare di Barents — dimostrò che il Nord è uno spazio di connessione tra sistemi strategici globali, non una periferia.

Oggi il Polo Nord concentra simultaneamente tre dimensioni critiche: deterrenza nucleare, infrastrutture energetiche e rotte commerciali emergenti. Il rischio più plausibile non è un conflitto nucleare deliberato. Il rischio più plausibile è un incidente strategico generato da errore umano, guasto tecnologico o incomprensione operativa: esattamente ciò che per un soffio non accadde nel settembre 1983 e nel gennaio 1968.

In questo senso, il Polo Nord rappresenta uno dei luoghi in cui la probabilità teorica di un evento nucleare non intenzionale risulta strutturalmente più elevata. Non perché qualcuno voglia direttamente lì un’escalation, ma perché la densità di sistemi d’arma, la riduzione della trasparenza, la compressione dei tempi decisionali e l’amplificazione dell’accessibilità dovuta al disgelo creano un ambiente in cui l’errore è più probabile che altrove.

La Groenlandia fuori dai riflettori non è dunque una questione marginale. È uno degli indicatori più significativi della trasformazione in corso nell’equilibrio strategico globale. Comprendere il ruolo dell’Artico significa comprendere dove si concentra oggi la tensione più silenziosa del sistema internazionale — e dove la distanza tra un incidente e una catastrofe dipende dalla stessa capacità di giudizio individuale che, nel settembre 1983, toccò a un solo uomo esercitare nel buio di un bunker moscovita.


Postilla editoriale: la prospettiva di Altri Sud

C’è qualcosa di paradossale, e quasi amaro, nel fatto che una rivista nata per dare voce al Mezzogiorno italiano e al Sud del mondo si trovi a guardare verso il Nord più estremo del pianeta. Eppure la paradossalità è solo apparente. Altri Sud nasce dalla convinzione che le periferie — geografiche, culturali, politiche — siano spesso il luogo in cui le contraddizioni dei sistemi di potere si rendono più visibili. E la Groenlandia, in questo senso, è una periferia esemplare: un territorio che le grandi potenze si contendono senza troppo curarsi di chi lo abita, una terra che subisce decisioni prese altrove, una comunità che si trova a essere oggetto di storia senza poterla pienamente fare.

Da questa prospettiva, la vicenda groenlandese non è soltanto una questione strategica. È anche una questione di sovranità reale contro sovranità formale, di popolazioni che si scoprono moneta di scambio in partite più grandi di loro — una condizione che il Sud del mondo conosce bene da secoli.

Ma c’è un secondo aspetto che merita attenzione, e che tocca direttamente l’Europa e il progetto atlantico. La crisi groenlandese del 2025-2026 ha rivelato una frattura nell’Alleanza Atlantica che fino a quel momento si preferiva non nominare. Quando l’amministrazione Trump ha riproposto con insistenza crescente l’acquisizione della Groenlandia — arrivando a non escludere esplicitamente l’uso della forza o della pressione economica contro la Danimarca, Paese membro della NATO — la risposta europea è stata di sconcerto prima e di allarme poi. Diversi governi europei, tra cui Francia e Germania, hanno dichiarato che un’azione americana unilaterale contro un alleato costituirebbe una violazione dei principi fondativi del Patto Atlantico. Il primo ministro danese ha parlato di “inaccettabile minaccia”. Il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione di solidarietà con Copenaghen.

Quello che si è incrinato non è soltanto un rapporto diplomatico bilaterale. È la narrazione stessa dell’Alleanza Atlantica come comunità di valori e non soltanto di interessi. Per settant’anni, la distinzione tra le due cose era stata tenuta in vita con cura — talvolta con ipocrisia, ma con cura. La Groenlandia ha fatto saltare quella distinzione in modo brutale: ha mostrato che per Washington l’Artico è innanzitutto un calcolo strategico, e che gli alleati europei sono parte di quel calcolo, non necessariamente suoi beneficiari.

Per Altri Sud, che nasce nel solco di una tradizione di pensiero critico sul potere e sulle sue architetture, questa frattura non sorprende. Sorprende semmai che abbia sorpreso così tanti. Le alleanze tra potenze diseguali producono, prima o poi, momenti in cui la disuguaglianza si rende visibile. Il momento artico è uno di quei momenti. E la domanda che resta aperta — per l’Europa, per il Mediterraneo, per chi guarda da Sud — è se quella visibilità produrrà finalmente una riflessione seria sull’autonomia strategica, oppure se prevarrà, come spesso accade, la logica dell’adattamento al fatto compiuto.

La Groenlandia sta al Nord del mondo come certi territori stanno al Sud: esposta, contesa, e troppo spesso silenziata. Guardare verso il Polo Nord, da Altri Sud, non è un esercizio di estraneità. È un modo di riconoscere una condizione comune.

Note

  1. U.S. Department of Defense, 2024 Arctic Strategy, luglio 2024. https://media.defense.gov/2024/Jul/22/2003507411/-1/-1/0/DOD-ARCTIC-STRATEGY-2024.PDF
  2. Steven E. Miller, “The Return of the Strategic Arctic”, Arctic Yearbook 2022. https://arcticyearbook.com/arctic-yearbook/2022/2022-commentaries/452-the-return-of-the-strategic-arctic. La capacità di risposta sopravvissuta — in inglese second strike capability — è il fondamento teorico della deterrenza mutua: garantisce che anche una potenza colpita per prima possa rispondere in modo devastante, rendendo razionalmente impossibile il primo colpo. I sottomarini nucleari sono il vettore più affidabile di questa garanzia perché pressoché impossibili da individuare e distruggere preventivamente.
  3. IISS — International Institute for Strategic Studies, il principale istituto di studi strategici con sede a Londra — “Gauging the Gap: The Greenland-Iceland-United Kingdom Gap – A Strategic Assessment”, maggio 2022. https://www.iiss.org/globalassets/media-library—content–migration/files/research-papers/2022/05/gauging-the-gap_the-greenlandicelandunited-kingdom-gap_a-strategic-assessment.pdf
  4. “What US Military, Space Force Does in Greenland”, Air & Space Forces Magazine, gennaio 2026. https://www.airandspaceforces.com/us-military-greenland-space-force-norad/. Il NORAD — North American Aerospace Defense Command — è il comando congiunto statunitense-canadese responsabile della sorveglianza dello spazio aereo nordamericano e dell’allerta missilistica.
  5. “Russia deploys two-thirds of its nuclear submarine force in Arctic”, Army Recognition, marzo 2026. https://www.armyrecognition.com/news/navy-news/2026/russia-deploys-two-thirds-of-its-nuclear-submarine-force-in-arctic-forcing-us-to-rethink-deterrence
  6. “The Looming Missile Crisis in the Arctic”, Bulletin of the Atomic Scientists — la più autorevole rivista americana sulla sicurezza nucleare, fondata nel 1945 dagli scienziati del Progetto Manhattan — dicembre 2025. https://thebulletin.org/2025/12/the-looming-missile-crisis-in-the-arctic/
  7. Presidenza della Federazione Russa, Strategia per lo sviluppo della zona artica della Federazione Russa e per garantire la sicurezza nazionale fino al 2035, ottobre 2020. http://en.kremlin.ru/acts/news/64274. Traduzione inglese non ufficiale a cura del Naval War College degli Stati Uniti: https://usnwc.edu/_images/portals/0/NWCDepartments/Russia-Maritime-Studies-Institute/16MAR23_20201026_ENG_RUS_Arctic-Strategy2035_FINAL_16MAR238f95.pdf. Analisi del SIPRI — Stockholm International Peace Research Institute: https://www.sipri.org/commentary/essay/2020/russias-new-arctic-policy-document-signals-continuity-rather-change
  8. Fyodor A. Lukyanov, “Greenland Is Exposing the Truth about NATO”, Russia in Global Affairs — rivista di geopolitica della Scuola Superiore di Economia di Mosca, tra le più influenti del pensiero strategico russo — 2026. https://eng.globalaffairs.ru/articles/greenland-lukyanov/
  9. CSIS — Center for Strategic and International Studies, uno dei principali istituti di analisi strategica di Washington — “The Ice Curtain: Russia’s Arctic Military Presence”. https://www.csis.org/analysis/ice-curtain-russias-arctic-military-presence
  10. “Norway Warns of Russian Nuclear Buildup in Arctic”, ottobre 2025. https://evrimagaci.org/gpt/norway-warns-of-russian-nuclear-buildup-in-arctic-513735
  11. “Rethinking the Arctic Threat Landscape”, USNI Proceedings — la rivista dell’United States Naval Institute, la più antica istituzione indipendente di analisi navale americana, fondata nel 1873 — novembre 2025. https://www.usni.org/magazines/proceedings/2025/november/rethinking-arctic-threat-landscape
  12. “Putin’s favourite submarine returns to service, fueling Arctic nuclear buildup”, The Barents Observer — testata giornalistica norvegese specializzata nell’area del Mare di Barents — marzo 2026. https://www.thebarentsobserver.com/news/putins-favorite-submarine-returns-to-service-fueling-arctic-nuclear-buildupnbsp/447218. Il trattato New START, firmato nel 2010, poneva un tetto di 1.550 testate nucleari schierate per ciascuna parte e prevedeva ispezioni reciproche. La sua scadenza senza rinnovo ha chiuso l’era del controllo bilaterale degli armamenti nucleari strategici.
  13. “(Un)Mind the Gap”, USNI Proceedings, ottobre 2019. https://www.usni.org/magazines/proceedings/2019/october/unmind-gap
  14. “This is a historic first: the United States deploys a nuclear submarine to Iceland”, febbraio 2026. https://beaconwales.org/24-166157-this-is-a-historic-first-the-united-states-deploys-a-nuclear-submarine-to-iceland-worrying-russia/
  15. “Russia’s Arctic Military Posture in the Context of the War against Ukraine”, The Arctic Institute, novembre 2024. https://www.thearcticinstitute.org/russias-arctic-military-posture-context-war-against-ukraine/. Vedere anche: “Past Need Not Be Prologue: Applying the Lessons of History to NATO-Russia Relations in the Arctic”, The Arctic Institute, novembre 2024. https://www.thearcticinstitute.org/past-need-not-prologue-applying-lessons-history-nato-russia-relations-arctic/
  16. “Atlantic Chokepoint, Cognitive Front: Russian Influence Operations and the GIUK Gap”, The Arctic Institute — il principale centro di ricerca internazionale sulle questioni di sicurezza circumpolare, con sede a Washington — febbraio 2026. https://www.thearcticinstitute.org/atlantic-chokepoint-cognitive-front-russian-influence-operations-giuk-gap/
  17. “Dispatch from Svalbard: Tensions are Simmering in the High North”, Atlantic Council — think tank atlantista con sede a Washington — luglio 2025. https://www.atlanticcouncil.org/blogs/new-atlanticist/dispatch-from-svalbard-tensions-are-simmering-in-the-high-north/
  18. “1968 Thule Air Base B-52 Crash”, Wikipedia. https://en.wikipedia.org/wiki/1968_Thule_Air_Base_B-52_crash. L’operazione “Chrome Dome” prevedeva il mantenimento costante di bombardieri nucleari in volo sull’Artico, pronti a colpire obiettivi sovietici in pochi minuti. Fu sospesa dopo l’incidente di Thule.
  19. National Security Archive — centro di ricerca e documentazione della George Washington University specializzato in documenti declassificati — “The United States and Greenland: Episodes in Nuclear History, 1957–1968”, ottobre 2025. https://nsarchive.gwu.edu/briefing-book/nuclear-vault/2025-10-15/united-states-and-greenland-episodes-nuclear-history-1957
  20. “Thule”, Hibakusha Worldwide — archivio internazionale delle vittime delle radiazioni nucleari. https://hibakusha-worldwide.org/en/locations/thule
  21. “War in the Arctic?”, USNI Proceedings, gennaio 2026. https://www.usni.org/magazines/proceedings/2026/january/war-arctic
  22. “Nuclear Near Miss: Remembering the ‘Man Who Saved the World’”, Russia Matters — pubblicazione del progetto Russia della Harvard Kennedy School — settembre 2018. https://www.russiamatters.org/blog/nuclear-near-miss-remembering-man-who-saved-world
  23. “The Soviet False Alarm Incident and Able Archer 83”, Center for Arms Control and Non-Proliferation, ottobre 2022. https://armscontrolcenter.org/the-soviet-false-alarm-incident-and-able-archer-83/
  24. Bruce G. Blair, “My time with Stanislav Petrov: No cog in the machine”, Bulletin of the Atomic Scientists, settembre 2017. https://thebulletin.org/2017/09/my-time-with-stanislav-petrov-no-cog-in-the-machine/
  25. Governo della Repubblica Popolare Cinese, “China’s Arctic Policy” — Libro Bianco ufficiale — gennaio 2018. https://english.www.gov.cn/archive/white_paper/2018/01/26/content_281476026660336.htm
  26. Nong Hong, “China’s Arctic Policy on the Basis of International Law: Identification, Goals, Principles and Positions”, Marine Policy, 2018. https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0308597X18301982. Per un’analisi critica della legittimazione cinese: Istituto Affari Internazionali, “China’s Push-in Strategy in the Arctic and Its Impact on Regional Governance”, settembre 2023. https://www.iai.it/en/publications/c05/chinas-push-strategy-arctic-and-its-impact-regional-governance
  27. RAND Corporation — il principale istituto di ricerca strategica americano, fondato nel 1948 — “Is the Polar Silk Road a Highway or Is It at an Impasse?”, febbraio 2025. https://www.rand.org/pubs/commentary/2025/02/is-the-polar-silk-road-a-highway-or-is-it-at-an-impasse.html
  28. “China’s Arctic Strategy – a Comprehensive Approach in Times of Great Power Rivalry”, Scandinavian Journal of Military Studies, dicembre 2023. https://sjms.nu/articles/10.31374/sjms.196
  29. “China’s Strategic Role in Arctic Environmental Governance Under the Climate-Sceptic Trump 2.0 Administration”, The Arctic Institute, 2025. https://www.thearcticinstitute.org/chinas-strategic-role-arctic-environmental-governance-under-climate-sceptic-trump-2-0-administration/
  30. “The Polar Silk Road That Could Sideline the West”, WITA — Washington International Trade Association — ottobre 2025. https://www.wita.org/atp-research/the-polar-silk-road/
  31. “China’s Digital Footprint in the Arctic”, The Arctic Institute, dicembre 2025. https://www.thearcticinstitute.org/chinas-digital-footprint-arctic-strategic-role-satellite-subsea-cable-infrastructure/
  32. “The Polar Silk Road: China’s Strategic Arctic Ambitions”, Eurasia Review, gennaio 2026. https://www.eurasiareview.com/26012026-the-polar-silk-road-chinas-strategic-arctic-ambitions-analysis/
  33. “How Climate Change Amplifies Arctic Tensions, But Does Not Drive It”, The Arctic Institute, febbraio 2026. https://www.thearcticinstitute.org/climate-change-amplifies-arctic-tensions-drive/
  34. U.S. DoD, 2024 Arctic Strategy, cit.
  35. Arctic Council, “Arctic Shipping Update: 37% increase in ships in the Arctic over 10 years”, gennaio 2024. https://arctic-council.org/news/increase-in-arctic-shipping/
  36. “How Climate Change Amplifies Arctic Tensions”, cit.
  37. “High Stakes for NATO Drones Against Russia in the Arctic”, CEPA — Center for European Policy Analysis, istituto di analisi politica con sede a Varsavia e Washington — dicembre 2025. https://cepa.org/commentary/high-stakes-in-the-high-north-harnessing-uncrewed-capabilities-for-arctic-defense-and-security/
  38. “Greenland Radars Vulnerable to Hypersonic Missiles, Critics Warn”, Defense News, ottobre 2025. https://www.defensenews.com/land/2025/10/24/greenland-radars-vulnerable-to-hypersonic-missiles-critics-warn/
  39. “The Looming Missile Crisis in the Arctic”, Bulletin of the Atomic Scientists, cit.
  40. “Russia Sends Ten Subs into North Atlantic in Drill Unprecedented in Size since Cold War”, The War Zone — rivista americana specializzata in analisi militare e tecnologia della difesa — ottobre 2019. https://www.twz.com/30728/russia-sends-ten-subs-into-north-atlantic-in-drill-unprecedented-in-size-since-cold-war
  41. Elizabeth Buchanan, Red Arctic: Russian Strategy Under Putin, Brookings Institution Press, 2023. Citata in: “Past Need Not Be Prologue”, The Arctic Institute, cit.
  42. Bouffard et al., “The Strategic Importance of Greenland: The Role of Tactical Missile and Air Defense in the Arctic”, Small Wars Journal — rivista americana di analisi delle operazioni militari non convenzionali — ottobre 2025. https://smallwarsjournal.com/2025/10/13/greenland-missile-defense-strategy/
  43. “Atlantic Chokepoint, Cognitive Front”, The Arctic Institute, cit.

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